Bando agli energy drink
- Federica Borasio
- 26 set 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Rischi e prospettive dietro alle bevande energetiche amate (soprattutto) dai giovani

Energy drink o non energy drink? Parafrasando con fantasia l'Amleto di Shakespeare si arriva a un dibattito che da tempo sta tenendo banco sulle scrivanie dei governi del Vecchio Continente.
Al centro le bevande energetiche, compagne di frotte di consumatori in cerca di risposte liquide alle stimolazioni della vita quotidiana, ma anche grandi inquisite per gli effetti del loro uso (o abuso) sulla salute dei consumatori, specialmente i più giovani.
Ad alimentare la discussione, la recente introduzione da parte del Regno Unito del divieto di vendita di bevande energetiche ai minori di 16 anni, con l’intento dichiarato di proteggere adolescenti e giovani adulti dai rischi associati a un consumo eccessivo di drink ricchi di caffeina, zuccheri e altri stimolanti. Preoccupazioni arrivate da più fronti, in risposta a un mercato che negli ultimi anni ha vissuto una crescita sensibile a livello globale, interessando in particolar modo le nuove generazioni (l'Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare - EFSA ha evidenziato come il 68% degli adolescenti e il 30% degli adulti siano consumatori di queste bevande, con percentuali di consumo elevate).
Solo in Europa, nel 2024 gli energy drink hanno raggiunto un valore di circa 20 miliardi di euro, con previsioni di crescita del 7,1% tra il 2025 e il 2030 trainate dalla domanda di prodotti funzionali e innovazioni nelle formulazioni, oltre che dall’espansione della cultura sportiva e di una vita urbana molto più frenetica rispetto al passato.

Ma quando si parla di energy drink, cosa si intende esattamente? Lo abbiamo chiesto a Gabriele Bernardini, biologo esperto in alimentazione, cercando di analizzare il tema da un punto di vista salutistico e nutrizionale.
“Per energy drink – spiega Bernardini - si intendono le bevande non alcoliche formulate per ridurre la stanchezza e aumentare temporaneamente attenzione e prestazioni. Possono contenere caffeina in quantità equivalenti, ma spesso superiori a una tazzina di caffè. Sono di norma zuccherate (anche molto), nonostante esistano versioni “sugar free” e talvolta includono altri stimolanti come taurina, guaranà, ginseng o vitamine, soprattutto del gruppo B. Queste bevande non vanno però confuse con gli sport drink che servono a reintegrare liquidi ed elettroliti e comunque con le “normali” bevande zuccherate che contengono solo zuccheri (o dolcificanti)”.
Tra gli effetti maggiormente ricercati dai consumatori, ad emergere è il richiamo a migliori prestazioni fisiche e cognitive (aumento di vigilanza e concentrazione, riduzione temporanea della fatica), specialmente nelle occasioni che richiedono attenzione prolungata come lo studio, le attività sportive amatoriali o la socializzazione serale. Esistono però degli effetti indesiderati, che secondo Bernardini, possono indurre: "Tachicardia, insonnia, nervosismo, aumento della pressione arteriosa e disturbi gastrointestinali. In chi ne fa un uso abituale – prosegue – si può inoltre osservare un incremento ponderale, con tutte le conseguenze del caso. Esattamente come per tutte le bevande zuccherate che apportano calorie nascoste”.
Con un impatto ancor più significativo quando ad entrare in gioco sono i giovani. “Negli adolescenti – continua il biologo – c’è il rischio di una maggior sensibilità agli effetti stimolanti della caffeina, con rischio di insonnia cronica, ansia, alterazioni del ritmo cardiaco, riduzione della qualità del sonno e della concentrazione scolastica. Queste bevande sono spesso associate ad alcolici e perciò esiste un rischio combinato e aumentato di incidenti e comportamenti a rischio oltre che di danni a lungo termine (tumori, dipendenza, malattie cardiovascolari, ecc.)”.

Entrando nel dettaglio, una singola lattina di energy drink da 250 ml contiene in media 80 mg di caffeina, quantità considerata accettabile per adulti sani se consumata occasionalmente, mentre 3-4 lattine al giorno configurano un abuso. “Nei minorenni – precisa l’esperto – anche una lattina può superare la dose massima tollerata, calcolata in 2,5 mg di caffeina per kg di peso corporeo”.
Più in generale, il consumo eccessivo di bevande zuccherate (definite “sugar-sweetened beverages”, SSB), nel 2021 ha prodotto nel mondo 2,2 milioni di nuovi casi di diabete di tipo 2 e 1,2 milioni di nuovi casi di malattie cardiovascolari, senza contare i rischi legati allo sviluppo di malattie renali, sovrappeso e obesità, anche in età pediatrica. “Va però specificato – prosegue Bernardini – che tutti questi aumenti del rischio non sono dovuti a conservanti o coloranti o ad altre strane sostanze chimiche, ma semplicemente alle calorie in eccesso che questi liquidi inducono a consumare senza la percezione di introdurre energia”.
In questo scenario, la misura introdotta dal Regno Unito va ad aggiungersi a un trend europeo più ampio, che ha visto anche altri stati come Lituania, Lettonia, Polonia e Norvegia introdurre restrizioni del tutto simili a quella britannica. “Le autorità sanitarie come EFSA e OMS sottolineano la vulnerabilità dei minori alla caffeina e una sola lattina può superare la dose massima tollerabile per peso corporeo” continua l’esperto. Che conclude: “Queste misure hanno lo scopo di prevenire abusi e ridurre i rischi sanitari. Alcuni ritengono la misura paternalistica e preferirebbero regolamentare l’etichettatura o l’educazione alimentare piuttosto che vietare. Io sono di quest’ultimo parere perché senza educazione le restrizioni hanno normalmente solo l’effetto di incrementare il desiderio. Dovremmo forse restringere la vendita della pizza perché molto calorica? O quella dei salumi perché cancerogeni?”.
Considerazioni, queste ultime, che invitano a un cambio di passo in direzione di una seria educazione alimentare, ma anche a una rivalutazione di quell’idea del “prevenire è meglio che curare” che Bernardino Ramazzini promuoveva a cavallo del 1700, introducendo il principio della prevenzione primaria già in tempi non sospetti.




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